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Con l’avvento della società di massa si inizia a parlare di questione femminile, anche se i primi interventi a favore dell’emancipazione della donna si erano già avuti nel ‘700, ma con scarsi risultati.
Il cambiamento vero e proprio della condizione femminile inizia dunque nei primi anni del ‘900 con la seconda rivoluzione industriale, grazie a cui la donna esce dal contesto casalingo per inserirsi concretamente nel mondo del lavoro, un mondo a cui potevano accedere in passato solo gli uomini.
Questi sono anche gli anni in cui le associazioni femminili, già nate alla fine dell‘800, fanno sentire maggiormente la propria voce proponendo di avviare una serie di riforme giuridiche e politiche.
Con il matrimonio la donna perdeva quasi tutti i diritti civili, quindi le femministe chiedono il diritto di prendere decisioni sulla vita coniugale (insieme al marito), chiedono l'istituzione del divorzio, criticano il fatto che spettasse solo al marito decidere dell'educazione dei figli e chiedono un salario uguale a quello degli uomini a parità di lavoro.
Ma le richieste si concentrano soprattutto sul diritto al voto femminile e su un'istruzione migliore.
Si organizzano cosi’ i primi veri movimenti femministi, che animano la battaglia per il diritto al voto, come ad esempio il movimento delle suffragette nato in Inghilterra ad opera di Miss Pankhurst che rivendica proprio il suffragio femminile (ottenuto poi nel 1917).
In Germania il suffragio femminile risale al 1919, in Francia al 1945.
In Italia le lotte per l'emancipazione femminile vengono guidate da figure come quella di Anna Matia Mozzoni, dapprima mazziniana e poi socialista, e della socialista Anna Kuliscioff.Il quadro sociale italiano e’ complessivamente molto arretrato, rispetto agli altri paesi, per il forte potere conservatore della chiesa cattolica. Alle donne vengono sconsigliate perfino le attività fuori casa come la letture libera o l'istruzione superiore e universitaria.
Nel 1908 ci sono comunque le prime conquiste del movimento femminista italiano con l'introduzione del primo Congresso delle donne italiane e, nel 1919 si ottiene l'emancipazione giuridica, con l'ampliamento delle funzioni di tutela, il riconoscimento della facoltà commerciale e l'abolizione dell'obbligo dell'autorizzazione maritale, sia sulla gestione dei propri beni, sia per rendere testimonianza in giudizio.
Per ciò che riguarda il suffragio femminile, in Italia, già dal 1910 il comitato pro-suffragio chiede al partito socialista di pronunciarsi sulla questione del voto femminile, ma il caso è ancora rimandato perché Turati è contrario, e Giolitti chiede di rinviare tutto alle prossime elezioni amministrative. Bisogna dunque attendere, per la conquista del diritto al voto, le elezioni del 1923, pero’ in realtà non ancora applicato concretamente a causa di una riforma fascista.
La questione del diritto al voto viene cosi’ lasciata in sospeso in Italia, anche perché ovunque bisogna far fronte alle difficoltà causate dallo scoppio del primo conflitto mondiale.
Con la Grande Guerra c’è una totale mobilitazione, ed in particolare il ruolo della donna nell’organizzazione della vita sociale assume grande importanza: gli uomini chiamati al fronte vengono sostituiti dalle donne che lavorano al loro posto anche nelle officine belliche e cominciano a vestirsi in modo piu’ pratico indossando addirittura le tute da operaio. Ma con la fine della guerra le donne vengono licenziate dalle fabbriche e si ritrovano a dover svolgere ancora una volta il ruolo di tutrici, rilegate nel contesto domestico.
Tutto cio’ in Italia e’ portato all’estremo dal successivo regime fascista che sottolinea la subordinazione della figura femminile.
La dittatura fascista offre, nell’apparenza, una partecipazione attiva della donna al contesto politico (avendo compreso il valore dell’appoggio della donna per ottenere consensi), ma nella realtà nega ad essa i diritti civili e sociali confermando il concetto di donna intesa come sposa e madre. Di conseguenza tale regime nega l’ingresso della donna al mondo lavorativo, ne vieta la partecipazione ai concorsi pubblici, premia le donne prolifere, rende difficoltoso lo studio (raddoppiando le tasse alle studentesse universitarie) e istituisce una tassa sul nubilato.
L’ideale di donna, nel periodo fascista, è dunque una donna fattrice in grado di favorire l’espansione demografica facilitando cosi’ i progetti politici del “Duce”.
Nonostante tali limitazioni, le femministe, anche se a piccoli passi portano avanti il loro processo di emancipazione, tanto più evidente con la fine del conflitto.
In Italia e’ infatti alla fine della Seconda Guerra mondiale che si ottiene il suffragio femminile universale che permette il voto, in occasione del referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica, alle maggiorenni che abbiano compiuto i 21 anni di età, .
Nel Dopoguerra si pone fine anche alla discriminazione tra maschi e femmine sul piano dell'educazione e della formazione professionale, consentendo il costante aumento di diplomate e laureate.
Intanto in Francia, in questo periodo, nascono le “maschiette” o “garconne”, donna dai capelli cortissimi alla maschietto, che indossa la cravatta ed ha vestiti di taglio maschile in favore della parità dei sessi. Attraverso nuove modifiche estetiche le donne cercano di veicolare i propri ideali sottolineando la propria voglia di indipendenza.
La nuova icona francese, trova l’opposizione nelle femmniste che, credendo in una lotta all’emancipazione basata su ideali conformi ai canoni della femminilità e del pudore, considerano offensiva questa nuova immagine di donna proposta.
Ma nonostante ciò questi due movimenti, pur con modalita’ differenti cercano di arrivare allo stesso obiettivo e cioe’ quello di una reale emancipazione della donna.
Nel ‘900 i progressi in questo senso sono tanti, ma per completare il processo evolutivo della donna bisogna attendere la fine del XX secolo.